Il bello (e il brutto) di fare pubblicità in rete

di Serena Piazzi

Cominci a guardare un video su YouTube e subito parte uno spot, navighi e incappi in banner e pop-up che cercano di attirare la tua attenzione: è palese che la pubblicità ha contaminato anche il web.

Non solo. Mentre gli investimenti su tutti i mezzi continuano a calare, l’advertising su Internet cresce, a prova del fatto che le aziende si stanno rendendo conto sempre di più che il consumatore va intercettato anche in rete.

Detto questo, pare che non tutti i principi chiari nel mondo offline lo siano altrettanto in quello online. Invece anche sul web ci sono delle regole che chi fa pubblicità deve rispettare.
L’Avvocato Paolina Testa l’ha spiegato: la pubblicità digitale è soggetta alle norme generali in tema di pubblicità e di comunicazione. Dunque, anche su Internet, le pratiche commerciali scorrette sono da evitare.

Tuttavia ci sono delle specificità che rendono la regolamentazione più complessa. Il primo problema è l’enforcement: non è facile raggiungere attraverso i canali giudiziari chi diffonde advertising in rete.

Poi c’è la questione dell’irresponsabilità generale degli Internet Service Provider e dei motori di ricerca. Per fare un esempio, se uso Google AdWords per promuovere delle false borse di Vuitton, la colpa è mia, non di Google.

Considerando che è piuttosto complicato controllare su quali siti finisce la pubblicità digitale e che non è possibile impedire che un messaggio promozionale sia oggetto di critiche online da parte di privati, viene da chiedersi per quale motivo le aziende debbano avventurarsi in questa selva insidiosa.

La risposta è in una semplice sigla: OBA, Online Behavioural Advertising. Tramite il web è possibile realizzare campagne più efficaci perché targettizzate sulla base dei comportamenti di navigazione dell’utente, delle sue caratteristiche e dei suoi interessi. Come? Grazie ai cookies di profilazione, che raccolgono dati relativi a chi surfa in rete. E la privacy? Per fortuna in Italia vige il sistema dell’Opt-In, ovvero il consenso dell’utente all’utilizzo di tali dati deve essere preventivo ed esplicito.

Insomma, che ci bombardino annunci di auto, ristoranti, palestre o negozi di abiti da cerimonia, ora almeno sappiamo perché.

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