Non è tutto oro quello che luccica: le ambiguità del web 2.0

di Carolina Nobile

Fausto Colombo ci mette subito in guardia: “ Sono un sociologo critico, e, in quanto tale, dirò cose che forse non vi piaceranno: sono qui anche per farvi cogliere le ambiguità e le contraddizioni del mondo digitale”. Tutti avvisati! Con la sua energia ci conquista immediatamente. La lezione decolla. Guardando i volti concentrati e sorridenti dei miei colleghi, capisco che sarà speciale.

Dopo una carrellata storica e tanti aneddoti personali che ci aiutano a fissare i concetti, arriviamo a ciò che in gergo letterario viene definito il punto di massima tensione narrativa: le contraddizioni della rete. È usanza comune pensare di accedere gratuitamente a molti servizi, ma è davvero così? La presunta gratuità è reale? Utilizzando i social produciamo contenuti, cercando informazioni su un motore di ricerca produciamo contenuti. Ingenuamente pensiamo che finisca lì, ma quei nostri contenuti rivelano informazioni personali, ci rendono tracciabili, diventano fonte di preziosissimo guadagno per qualcun altro, che non potrebbe più farne a meno. Paghiamo con il nostro tempo. Il paradosso della gratuità sta insinuando in molti la convinzione secondo la quale è possibile pretendere di consumare senza pagare i contenuti culturali: niente di più sbagliato, niente di più ingiusto. La gratuità della rete è artificiale, come lo è la credenza che sia collaborativa: potrebbe diventarlo, ma per ora è più che altro competitiva. La logica del ritorno la governa: seguo te se segui me. Secondo Colombo, siamo vittime più o meno inconsapevoli di un narcisismo di massa, che non risparmia nessuno. Ma non è tutto. Ci siamo abituati a dire la nostra su tutto. Sì, perché la rete dà parola a chiunque. Ciò che sfugge, però, è che avere la parola non significa avere una voce. La parola diventa voce quando è costruttiva, quando è supportata da una coscienza, da una consapevolezza di sé e di ciò che si sta dicendo, del perché lo si sta dicendo, da una responsabilità… Risultato? Viviamo afflitti da pressione comunicativa: abbiamo perso il silenzio, e con ciò la capacità di cogliere sfumature che solo l’assenza di rumore rende osservabili. La cura? Prima di tutto rendersene conto, secondo, capire che il web può aiutare la democrazia, ma non può cambiarla automaticamente.

In conclusione, grazie Fausto Colombo per aver smosso le nostre coscienze.

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