ConProsumer?

di Claudia Dondi

Ricerca di mercato e marketing intelligente: un argomento apparentemente innocuo quello presentato dal professor Di Fraia durante la giornata riservata ai metodi per indagare i gusti dei consumatori. Si inizia con una breve cronistoria che parte addirittura dal secolo dei Lumi e accompagna l’umanità con una fortissima spinta positivista fino agli anni ‘60 del secolo scorso, anni in cui si fa strada l’interpretativismo, che reputa la realtà sociale null’altro che una realtà costruita socialmente in cui non c’è indipendenza fra osservatore e osservato, in cui è possibile soltanto interpretare ciò che a sua volta non è altro che una interpretazione della realtà. Un cane che si morde la coda insomma… e che la morde anche alla “vecchia” teoria positivista, rispolverata in seguito dai post-positivisti. Fino agli anni ‘70-’80 i contrasti si accendono tra due nuove categorie di ricerca: quantitativa o qualitativa? Se il primo metodo appare più scientifico e attendibile, il secondo indaga in modo più approfondito. Abbandonati i conflitti si approda finalmente a una “serena convivenza”, in cui i diversi approcci si combinano fra loro. Ma soprattutto in cui i mezzi tecnologici si evolvono notevolmente.Internet tracking, toolbar, cookies, rilievi gps, analisi sonora dei media a cui si è esposti. Il professor Di Fraia ci racconta di un avveniristico casco che monitora movimenti oculari e emozioni provati di fronte a uno scaffale del supermercato. Per quanto queste indagini siano autorizzate a priori e gli osservati siano consapevoli di quanto siano studiati, la direzione verso cui ci muoviamo ci illustra una ricerca che diventa sempre più pervasiva, nonostante sia meno invasiva (una riflessione su quanto o meno sia produttivo accanirsi per tutelare la propria privacy sarebbe doverosa. Ma ne parleremo la prossima volta).

Grazie alle tecnologie e alle evoluzioni della ricerca, ci sorprendiamo a pensare che, nonostante tutto, nonostante ci si senta “rivoltati come calzini” (mi si conceda il francesismo), tutto non porti che a un miglioramento della nostra esistenza, con prodotti e servizi plasmati precisamente sulle nostre domande, sui nostri bisogni. Insomma, fronteggiamo finalmente la vittoria indiscussa dei famigerati prosumer, che ottengono ciò che vogliono, ciò che hanno co-creato.

La gamma delle offerte è talmente vasta che sicuramente ogni prosumer troverà qualcosa che fa al caso suo, o che almeno lo accontenti. Accontentarsi, un concetto rischioso in un contesto in cui per una personalizzazione si è disposti anche a barattare il proprio ruolo, la propria vita, le proprie inclinazioni. Già perché il rischio, in questa folle varietà di offerte è di accontentarsi di qualcosa che si avvicina a ciò che ricerchiamo, nonostante sia differente.

Ma questa azione apparentemente appagante non conduce forse a una non-critica di ciò che viene offerto, alla logica convenzionale della diffusione top-down e a una consumerizzazione del prosumer?

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