Archivio mensile:giugno 2013

3 consigli per un CV senza rischi

di Fabiola Rossi

Oggi molti dati personali, foto e video, vengono facilmente rintracciati in rete, diventando un potenziale fattore critico per la propria reputation. Oggi in tempo di crisi le aziende faticano ad assumere, e il rischio di commettere errori costringe a sottoporre il candidato ad un esame attento e accurato. Due situazioni che, prese congiuntamente, impongono a giovani e non una riflessione sui contenuti che li coinvolgono direttamente quando si tratta di proporsi ad un’azienda importante, perché un manager junior d’oggi, è ben da sperare che diventi senior un domani.

Senza titolo

Consiglio n° 1. Valutare la posizione per cui ci si candida e la propria reputation

Non importa da quale fonte abbiano origine le informazioni, social network o una Google search, basta qualche esempio per comprendere quanto sia importante prestare attenzione agendo di conseguenza.

Potresti avere problemi se…ti presenti al colloquio in giacca e cravatta ma nella tua foto del profilo Facebook hai la cresta e sei ad Amsterdam; ti presenti per la posizione di social media strategist e su twitter hai tre tweet e quattro follower; ti presenti come sales manager e su LinkedIN i tuoi collegamenti non arrivano a cinquanta.

 

Consiglio n° 2. Vestire i panni di chi ti assume, leggendo l’implicito del tuo CV

La crisi ha imposto un regime di efficienza superiore rispetto ad altri periodi, ciò richiede tempo e dedizione, non sono dunque da sottovalutare le passioni che gli individui hanno al di fuori del lavoro.

Il peggior profilo per un’azienda è per esempio lo sportivo a livello agonistico: impegni giornalieri e competizioni nel weekend potrebbero incidere negativamente per un eventuale incarico last-minute. In generale, dunque, tutte le attività ad orario regolare non sono positivamente valutate. La migliore scelta diplomatica tra le passioni indicabili? Leggere libri.

Un voto di laurea eccellente e la provenienza da un’università prestigiosa hanno il loro peso, e se si possiede una media esami alta, è l’occasione per specificarla e valorizzarla: significa che si ha lavorato sodo e che si raggiungono gli obiettivi con il massimo dei risultati. Anche il titolo della tesi di laurea andrebbe inserito solo se questo è attinente con il lavoro scelto, e abilmente omesso se l’argomento è fuori contesto.

Senza titolo1

 

STEP 3. Motivational letter

Il CV come è ben risaputo sarà attentamente esaminato dall’HR per circa trenta secondi. Banale consiglio è conquistare il primo approccio con una buona lettera di presentazione, meglio se già riportata per e-mail. Chi di dovere potrebbe non scaricare l’allegato, ma la posta elettronica è quasi-sicuramente letta.

 

 

 

 

Annunci

Da stranger a customer grazie ai contenuti di valore

di Carolina Nobile

Nel maremagnum della Rete come si può spiccare? Come si fa ad attrarre l’attenzione degli utenti, indurli ad avvicinarsi e fare sì che scelgano proprio quel prodotto tra mille altri?

Come può un brand ottenere quella fiducia che tutti anelano, l’unica in grado di generare un rapporto duraturo tra prodotto e consumatore?

Indubbiamente marketing e advertising manipolano strumenti fondamentali per il raggiungimento di tale scopo, ma non basta. In uno scenario rapido, fugace e ridondante come il nostro gli utenti cercano e pretendono qualcosa di più, un valore aggiunto tale da indurli a fidarsi e concedersi: premiano i contenuti di valore e chi li offre. Contenuti che li aiutino a risolvere il bisogno-problema che li ha spinti a navigare in cerca di soluzioni. Contenuti che li educhino a saper fare. Contenuti educational: video, e-book, foto, tutorial, infographics ecc., l’aspetto può essere dei più disparati, ciò che conta è la sostanza.

Solo se intercettato da un contenuto di valore l’utente da stranger diventa visitor, cioè approda sul sito/blog/pagina del brand in qualità di visitatore.

Se incuriosito dall’offerta da visitor può compiere il passo successivo e trasformarsi in lead: solo allora rivelerà la propria identità regalando il suo indirizzo mail, un dato preziosissimo in quanto base di un rapporto  di comunicazione diretta e mirata. Ma non è tutto. Se la strategia è efficace l’evoluzione continua e da lead l’utente si trasforma in un potenziale customer e, ancora, da customer a promoter entusiasta della relazione instaurata con quell’ipotetico brand. Il tutto grazie all’efficacia e al valore dei contenuti strategicamente veicolati. Occuparsene significa fare content marketing. I casi di maggior successo hanno come protagonisti contenuti poco o per nulla pertinenti con i prodotti offerti dai brand, ed è proprio questo il segreto, il lato educational tanto apprezzato. L’esempio per eccellenza è la celebre guida Michelin. La sua prima edizione risale al 1900, anno in cui l’azienda francese decise di regalare a chiunque volesse un contenuto gratuito extra di valore e qualità. Oggi questo prodotto editoriale esiste ancora, ed è unico nel suo genere, tanto da essere considerato uno status symbol. Il fil rouge tra pneumatici e raccolta dei migliori ristoranti e località del mondo è estremamente sottile, di primo impatto quasi inesistente, eppure il successo fu ed è tuttora immenso.

saga_Michelin-3 (1)

© MICHELIN, fonte Guida Michelin: 100 edizioni e più di un secolo si storia. 

 

Il Media Planner, il grande sconosciuto

di Alessandra Veratti

Andrea Di Fonzo  incomincia la lezione mostrandoci il suo profilo Linkedin. Ricopre la posizione di Chief Digital Officer in GroupM Italy ( http://www.groupm.com/) e esordisce subito spiegandoci di cosa si occupa un centro media. E’ una realtà molto interessante e creativa. Il suo ruolo entra in gioco nel mondo dell’advertising e si occupa di pianificare la pubblicità di un’azienda scegliendo i mezzi più adatti per diffondere il marchio, vendere, aumentare il passaparola (buzz) e colpire il gruppo di potenziali acquirenti. Il lavoro di un centro media parte della ricerca ovvero basa le sue scelte sui consumer insight. E’ essenziale che prima di pianificare la campagna pubblicitaria capisca le caratteristiche del target di riferimento e quali mezzi consuma. E’ un lavoro affascinante che permette di capire come si comporta la gente.

Il centro media lavora su due indici che si chiamano copertura e frequenza. La copertura indica il numero di individui raggiunti dal messaggio almeno una volta nel corso della campagna, la frequenza, invece, il numero di volte che un individuo viene raggiunto dal messaggio. Questi due indici moltiplicati generano le GRP (Gross Rating Point) ovvero la pressione pubblicitaria che equivale al numero di contatti utili. Spesso le campagne pubblicitarie si rivolgono a più soggetti, è un esempio il caso della Fiat 500, pensata per un determinato target giovanile, ma con una campagna pubblicitaria in grado di colpire anche i genitori, ovvero i  reali acquirenti dell’auto nella maggior parte dei casi.

L’ultima parte della lezione si è concentrata sull’analisi dei job title e delle diverse professionalità richieste per lavorare in un centro media. Il mondo del lavoro sta cambiando e stanno nascendo nuove figure. In un centro media convivono professionalità con diversi background, è l’esperienza è la passione per il lavoro che costituiscono il vero plus. Il capo è chiamato Manager Director conosce bene la materia ed è dedito alla gestione dell’organizzazione e delle relazioni verso l’esterno e l’interno. Ci sono dei Roi Analyst che si occupano delle analisi relative ai risultati, un Chief Strategist che guida il reparto che si occupa di pianificare la strategia, un Social Media Strategist e si sta sempre più facendo strada la necessità di un Mobile Strategist. I centri media sono generalmente divisi in unit dove lavorano Media Manager e Client Manager i quali gestiscono un piccolo portafoglio clienti.

Reputation Manager e processo di “ingegneria reputazionale”

di Francesca Tortora

Un brand che acquisisce un’identità digitale, così come ciascuno di noi, costruisce una propria reputazione on line che viene costantemente rimodulata nell’incontro con gli utenti, divenuti editori interattivi, alleati preziosi o veri serial killer se la loro parola gode in rete di una certa influenza. L’identificazione degli influencer, ritenuti fonti accreditate dagli utenti di blog, siti, forum e social network, è un importante parametro di valutazione nell’analisi e costruzione della reputazione aziendale. Andrea Barchiesi, CEO di Reputation Manager, ci consegna alcune dritte sul processo di “ingegneria reputazionale”, che si articola in analisi (cosa si dice del brand, come se ne parla, quanto e dove, chi e perché, quando e di cosa si parla in alternativa), strategia ed intervento, fino al monitoraggio dei risultati ottenuti, avvalendosi di strumenti tecnologici invasivi ed esperti professionisti.

Fatta l’analisi, fondamentale è la gestione delle relazioni, il creare contenuti condivisi e ingaggianti sia per gli influencer che parlano del brand sia per la massa degli ascoltatori, che possono trasformarsi in creatori di contenuti sugli stessi argomenti. Di conseguenza bisogna saper valutare le fonti e i luoghi di discussione più autorevoli e anche potenzialmente pericolosi ove misurare il volume e l’intensità delle conversazioni soprattutto qualitativamente, al di là della semantica, dato che i software preposti a tali rilevazioni, per quanto avanzati, non riescono a restituirne un’interpretazione efficace e sempre veritiera.

Dopo aver misurato la nostra personale reputazione on line, ne abbiamo poi identificato tre tipi: la mnemonica, che si basa sull’esperienza del brand, la percettiva, che richiede una fase di selezione da parte dell’utente (personal reputation) e l’analitica, che prevede un approfondimento specifico e più cavilloso della ricerca (corporate reputation). Da questo punto di vista, è interessante studiare quali sono le critical search usate dagli utenti, ovvero qual è il cammino di ricerca e quali parole utilizza per identificare il prodotto, il brand o la persona cercata.

Per avere un’idea di quanto la reputazione in rete stia acquisendo un valore sempre maggiore:

A proposito di.. Personal Reputation 2.0

di Giorgia Lanzani

Parlare di reputazione personale, il biglietto da visita di ognuno di noi, separando quella on-line da quella della vita reale non ha più senso: Internet è realtà, la nuova piazza nella quale ci troviamo ad interagire con gli altri, siano essi amici oppure potenziali datori di lavoro. Data la memoria perenne della rete è fondamentale curare la propria immagine sin nei piccoli dettagli, proprio come farebbe un’azienda.

Il nome rappresenta la nostra critical search ed è quindi importante che ciò che si trova indicizzato sia un contenuto di valore e che, rispetto a questa ricerca, io sia il miglior risultato. Questo perché quella sul nostro nome è la prima battaglia di marketing che dobbiamo combattere tutti i giorni! Ciò che è visibile ci rappresenta, quindi i contenuti dovrebbero esser di qualità e coerenti, nel tentativo di non avere un brand confondibile. Per questo è fondamentale monitorare e controllare ciò che ci rappresenta sul web.

Ma come si può fare per avere una reputazione on-line positiva, nonostante qualche “scivolone”? In caso di bisogno si possono usare dei servizi ad hoc progettati per monitorare la sia la reputazione personale sia quella di aziende attraverso dei tool, ma si deve agire soprattutto attraverso il SEO producendo quindi contenuti positivi. Di fatto sposto l’attenzione da ciò che è un po’ scomodo con l’inserimento di informazioni che elogino o creino valore e positività.

Uno strumento gratuito della suite di Google è io sul web, esso permette di ricevere delle notifiche ogni volta che i propri dati personali vengono citati. Si tratta di un servizio che, oltre ad essere utile per il controllo della presenza on-line (e quindi della propria reputation), risponde ad un esigenza fortissima e molto attuale che riguarda la salvaguardia della privacy. Oltre ai dati che noi forniamo in modo consapevole è possibile che altri parlino di noi, principalmente sui social network, senza che noi possiamo avere un effettivo controllo. Altri strumenti che permettono di fare un’analisi simile sono Social Mention e Topsy, il primo, oltre a una ricerca dei contenuti che ci riguardano, fornisce anche un report (per saperne di più leggete questo articolo di Alessandro Caliandro postato sul sito del Centro Studi di Etnografia Digitale), mentre il secondo permette di fare una ricerca di informazioni rispetto a Twitter.

Tips and tricks? Nulla che non vada oltre le regole di buon senso.

Pubblicità, non (puoi) cambiare canale!

di Martina Ciocca

Se, dopo essere stata lungamente indecisa tra due hotel per le vacanze al mare della prossima estate, dopo avere consultato dettagliatamente tutte le recensioni di Tripadvisor o confrontato prezzi e servizi di entrambi con Booking, mi sono decisa a prenotare in uno dei due, non capisco perché mentre apro la mia casella mail compare magicamente, in un riquadro a sinistra, l’immagine dell’hotel scartato. Non solo, il riquadro è animato: il nome dell’hotel e il prezzo della camera lampeggiano, a insinuarmi il dubbio di avere compiuto la scelta sbagliata.

Tutto questo in linguaggio pubblicitario si chiama “re-targeting” e ha a che vedere con la sincronizzazione, da parte di molte società, dei cookies di profilazione degli utenti, ai quali vengono riproposti sotto forma di spot pubblicitari i prodotti-servizi che l’utente ha già visionato.

Facciamo però un passo indietro: l’advertising online è l’ultima frontiera della pubblicità, in crescita dal punto di vista degli investimenti finanziari, sia per quanto riguarda il mercato mondiale che per quello italiano. I siti specializzati AdExchanger, AllThingsD, Prima Comunicazione, Media Post forniscono ottimi punti di osservazione per capire come cambiano i media, e come conseguentemente si evolve il mercato dell’advertisement.

Dietro ogni investimento pubblicitario infatti c’è un cospicuo lavoro di ricerca, strategia, progettazione, vendita e calcolo del ritorno economico: ad occuparsene sono i centri media, come GroupM, holding del gruppo WPP, Omnicom o Aegis solo per citarne alcune. Il core di ogni centro è il reparto planning strategy and performance, che elabora complessi piani media, decidendo come e dove posizionare gli spot. Insieme al reparto buying lavora per stabilire quanto spazio acquistare e quale prezzo è più corretto e vantaggioso pagare, con un occhio sempre rivolto all’obiettivo, ovvero una audience sempre più profilata.

Senza titolo

 

La svolta digitale ha indubbiamente segnato una rivoluzione nella progettazione di strategie pubblicitarie: la televisione e la stampa, tradizionali canalizzatori, consentono sì di progettare strategie di pianificazione e posizionamento per colpire in modo mirato il target di riferimento, ma l’online (quindi la pubblicità sui siti, sui grandi portali, sui social network, su YouTube..) permette di aumentare l’efficienza e ridurre significativamente la dispersione, ossia consente di colpire l’attenzione di un determinato target, nelle modalità, tempi e luoghi in cui il target vuole essere colpito. Con una migliore allocazione di risorse e meno soldi buttati.

Schermata 2013-06-15 a 09.51.55

Le strategie pubblicitarie sul web

di Cinzia Brandalese

Come sono cambiate le strategie pubblicitarie negli ultimi anni?

La tecnologia è in continuo cambiamento, ed era inevitabile che la pubblicità raggiungesse anche il nuovo media per eccellenza: internet. Quello che ieri, oggi e domani continuerà a non cambiare è lo scopo finale: influenzare il processo d’acquisto del cliente.

Senza titolo

 

É necessario creare la giusta strategia per stimolare il consumatore a mettere in moto questo processo. Federico Gai, attualmente Engagement Manager presso Xaxis (partner GroupM), ci insegna che sono davvero molte le decisioni da prendere per creare una strategia pubblicitaria che funzioni. Box (o Medium Rectangle, 300×250), Leaderboard (728×90) o Wide Sky (160×600)? Questi sono tre diversi formati “Standard” di banner pubblicitari. In risposta alla cosiddetta banner blindness (cecità ai banner) nasce poi il formato “Rich” la cui caratteristica principale è quella di creare effetti dinamici che possono attivarsi all’apertura della finestra o in risposta all’interazione dell’utente. Un esempio di formato “Rich” è l’Overlay (una forma di web advertising che appare dinamicamente al di sopra degli altri elementi di una pagina web quando questa viene aperta da un browser). Ma come vengono acquistati questi formati? Federico ci elenca tre delle più usate modalità di acquisto: il CPM (Cost Per Mille impression), il CPC (Cost Per Click) e il CPA (Cost Per Action o CPL cioè Cost Per Lead.) Ogni modalità presuppone l’adozione di business models e KPI (Key Performance Indicators) differenti. Il denaro investito in queste forme di Web Advertising ha lo scopo di catturare l’attenzione del target selezionato. Ma qual è il modo per raggiungerlo? Per farlo sono stati introdotti molti nuovi strumenti, che si vanno ad aggiungere a quelli tradizionali come DEM (Direct Email Marketing), Facebook, siti, messaggi e altro. Ad esempio, grazie alla tecnologia, è oggi possibile “cookizzare” le visite degli utenti per ritrovare più facilmente i possibili clienti. È in questo modo, passo dopo passo, che scopriamo quanto lavoro, strategia e analisi si nascondono dietro ad un complesso insieme di decisioni che prendono il nome di “Media Planning”.

Schermata 2013-06-12 a 19.19.56