Valori 2.0

di Davide Tran Minh

Vi sarà sicuramente capitato, chiedendo un’amicizia su Facebook, di sentirvi rispondere negativamente dal vostro interlocutore, magari con un sorrisino compiaciuto, orgoglioso di non far parte di una comunità virtuale.
Al giorno d’oggi i social media sono diventati uno strumento universalmente riconosciuto. Non fare parte della rete digitale è diventata una scelta esistenziale se non professionale: significa non partecipare, sapere e vedere alcune cose; il rifiuto della digitalizzazione è analogo all’eremitaggio dei tempi antichi.
A chi invece alle scelte eremitiche preferisce l’accettare le sfide che la realtà gli impone deve oggigiorno  fare i conti con la progressiva e costante digitalizzazione della società nei suoi vari aspetti: il fenomeno del web 2.0. Erik Qualman ha espresso questa convinzione così: We don’t have a choice on whether we do social media, the question is how well we do it.

Ma se aggiungessimo un punto interrogativo a fine frase: How well we do it?

La risposta si dovrebbe articolare sia a livello tecnico sia socio culturale. La tecnica però, per definizione, non è fine a se stessa, ma è guidata da valori e scopi estrinseci ad essa. Quali sono dunque i valori che la nostra società esprime nell’uso della tecnica?

La convergenza tra cieche logiche di profitto e nuove tecnologie sta generando conseguenze nefaste per le società occidentali. Per dirla con George Simmel: si è scambiato il fine con i mezzi. Ciò che dovrebbe essere un mezzo: denaro ed efficienza tecnica, sono diventati i fini della società odierna. Nell’analisi fatta dal prof. Colombo sono emerse preoccupazioni legittime verso le attuali tendenze del web 2.0: la tendenza a non distinguere più tra lavoro professionale qualificato e lavoro amatoriale dequalificando quindi i veri professionisti, sfruttamento del lavoro amatoriale, introduzione di sempre più forme di lavoro occasionali.

Dove stiamo andando? Chi guida questo cambiamento?

Analizzando i modelli comunicativi elaborati dall’ermeneutica filosofica, dalla semiotica e poi dagli studi di Stuart Hall (Coding/Decoding Model), Michel de Certeau (Stratégie et Tactique), Morley e Silverstone (Domestication Theory), notiamo un’evoluzione nell’interpretazione del ruolo del ricevente: il destinatario della comunicazione è un soggetto attivo e creativo, la cui azione influisce sull’utilizzo materiale e sull’interpretazione dei mezzi di comunicazione e dei loro messaggi. Si perde l’idea dell’Information Theory secondo cui il destinatario tramite il giusto codice di decrifrazione può ricevere il messaggio originario senza deformazioni. Non esiste nessun messaggio “originale”, ma solo le interpretazioni che i riceventi ne danno.

Foto 1 x blog_Tran Minh (2)A sinistra: Fontana di Duchamp. Come un orinatoio può diventare nel linguaggio artistico una fontana.

Foto 2 x blog_Tran Minh (2)

 

 

 

 


Sopra: Un tablet per chi ignora cosa sia può essere interpretato come un comodo utensile da cucina.

Ciò apre il campo agli studi su quali siano le categorie sociali, linguistiche, culturali attraverso cui il destinatario legge il messaggio e lo rielabora. Controllo, monitoraggio, previsione, quantità di dati, velocità, automatismi sono le parole calde del mercato del web 2.0. Sfugge però un elemento chiave: il valore, che crea accordo, fiducia, partecipazione in chi si riconosce nel messaggio ricevuto.

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