Big data: problema o opportunità?

di Vasco Bergamaschi 

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Un mare di dati da cui non farsi travolgere.
Ogni giorno produciamo migliaia di dati senza nemmeno accorgercene. Mentre navighiamo sul web o quando utilizziamo il segnale GPS contribuiamo a quella mole di byte – quantificabile nell’ordine dei quintilioni – che va sotto il nome di big data. Di fronte a questo sconfinato oceano di informazioni abbiamo due possibilità: lasciarci sommergere oppure imparare a servircene. O meglio ancora, restare in superficie accontentandoci di ciò che galleggia oppure pescare in profondità per recuperare ciò che più ci serve.

Ad aiutarci a comprendere meglio questo argomento è intervenuto in aula Francesco Levantini, manager di IBM. Partendo dal concetto di dato, considerato nella sua accezione filosofica e matematica, ha cercato di mettere in luce le infinite potenzialità che i big data hanno in serbo per gli abitanti della rete. L’invito è a esplorare questo universo digitale, senza però la pretesa di poterlo dominare.

Per fare questo è indispensabile un cambio di prospettiva. Bisogna abbandonare la tradizionale attività di analisi per dedicarsi all’intelligence: non più predisporre sistemi di controllo attorno alla tecnologia, ma fornire ad essa un livello di autonomia che la renda capace di intercettare e di rispondere ai nostri bisogni. La delega che un tempo si faceva nei confronti di altre persone oggi può essere rivolta ai tools digitali di cui ci circondiamo. Per intenderci con un semplice esempio, il futuro non sarà l’automobile che ti porta da sola a far la spesa quando ne hai bisogno. Il futuro arriverà quando, tornando a casa, la macchina si fermerà al supermercato per comprare da mangiare perché glielo ha detto il frigo. E questa previsione non è poi così lontana 

Un esempio di automobile digitale: l’accordo tra Ferrari e Apple.

L’idea del controllo totale, figlia della rivoluzione industriale e dell’età moderna, oggi è totalmente messa in crisi dalla complessità che ci circonda, di cui i big data sono la manifestazione principale. Lo strumento più efficace per far fronte a questa crisi è l’intelligenza collettiva: i dati sono prodotti da tutti e tutti possono servirsene. Si tratta di concepirli – nella loro natura matematica – come non isolati e di saper istituire dei collegamenti tra loro che diano origine a significati. L’ipertesto è uno spazio da navigare, ma per farlo servono gli strumenti giusti. Ne esistono di numerosi (come sostiene McLuhan), alcuni in grado di potenziare l’individuo e altri l’intera società. Per esempio il linguaggio (secondo la visione di Barabasi), che è al contempo oggetto condiviso e mezzo di condivisione. Se solo una persona lo utilizzasse sarebbe inutile.

Big_data_1 I soggetti (o i device) per poter rintracciare e utilizzare dati utili si servono dei link della rete. La ricerca e la selezione sono rese possibili dall’adozione di un codice tecnologico (il digitale degli strumenti) e di un codice linguistico (il linguaggio degli utenti).

 

 

 

È un mondo nuovo che non ha inventato nessuno: i big data sono nati da soli, andando a influire su tutti gli ambiti della vita umana. Sono una sfida che chiede di rivalutare la potenzialità insita nei flussi di informazione e nei flussi di processo, dall’economia alla comunicazione. Cambia il mondo e cambiano i rapporti. E noi quindi che dobbiamo fare? Samuelson ce lo spiega con una breve storia. Immaginiamo due turisti che, passeggiando nella giungla, si imbattono in una tigre. Uno dei due estrae dallo zaino un completo da corsa (metaforicamente, i nostri big data). A quel punto l’altro domanda – stupito – se è convinto di poter correre più veloce della tigre. Al che quello risponde: “mi è sufficiente correre più veloce di te”. E voi, siete pronti a correre?

Big_data_3Le principali ipotesi di utilizzo dei big data nel futuro.

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