Archivio mensile:aprile 2014

La co-creazione del valore sui social network

di Letizia Di Battista

Si può creare valore comunicando sui social?
Dipende innanzitutto dalla presenza di una strategia, dagli obiettivi che si vogliono perseguire e da cosa si intende per valore.
Spesso si dà troppa importanza ai risultati quantitativi, al numero di like o followers, senza considerare dati che possono dire di più sul successo di una campagna. Quello che conta infatti è la partecipazione, o con un termine più specifico l’engagement degli utenti. Il brand deve riuscire a instaurare una conversazione con la propria community, stimolando  interesse e interazione.

I canali social possono rappresentare una preziosa risorsa, non solo per promuovere un prodotto o  migliorare la brand reputation. I vantaggi di un dialogo con le persone sono numerosi. Ascoltando le loro opinioni e suggerimenti, un’azienda può migliore i propri prodotti e servizi, modellandoli sulle loro esigenze.

Gli utenti contribuiscono quindi a creare valore, ed aiutando l’azienda a migliorarsi, trovano sul mercato prodotti o servizi che soddisfano maggiormente le proprie esigenze.

La parola d’ordine per attivare tali processi è ascolto.

Gli utenti dedicano il proprio tempo ad ascoltare, condividere e commentare i messaggi delle aziende ma si aspettano in cambio di essere presi in considerazione. Hanno abbandonato il classico ruolo passivo e sono diventati attivi nel processo di creazione, produzione, distribuzione e consumo. Si sono trasformati in Prosumer, parola coniata dalla fusione di producer e consumer.

Un classico esempio è quello del Winner Taco, in cui la community, con non poca insistenza, è riuscita a rimettere in produzione il gelato, di cui sentivano un’inspiegabile mancanza (e di cui ora criticano il gusto, diverso dall’originale).
L’azienda, dopo quasi due anni di bombardamenti da parte della community “Ridateci il Winner Taco” ha ceduto, annunciando la decisione con un ironico “Avete rotto il ghiaccio. Finalmente è tornato”


Taco_fbLa co-creazione di valore può riguardare diversi aspetti. Cosa può soddisfare gli utenti meglio di prodotti o contenuti creati direttamente da loro?

Un esempio è il contest lanciato in questi giorni da Illy. Dando la possibilità agli utenti di creare una propria linea di tazzine, l’azienda ha a sua disposizione un numero elevato di proposte creative tra le quali scegliere, che non avrebbe potuto permettersi altrimenti.

 

 

Una pratica molto usata, ma allo stesso tempo molto pericolosa, è quella dell’utilizzo di contenuti generati dagli utenti. Se da un lato facilita molto il processo di creazione di contenuti, e aumenta l’engagement degli utenti, dall’altro può dare vita a boicottaggi e attacchi al brand.

ceresLa campagna per il lancio del prodotto Ceres Soft Ale invitava gli utenti a lasciare i propri messaggi di benvenuto al nuovo prodotto.

 

 

Quindi ricordatevi il moderatore, che l’epic fail è dietro l’angolo…

CeresfbGli utenti si stanno scatenando sulla pagina Facebook di Ceres criticando il nuovo prodotto e hanno già provveduto a creare una pagina di boicottaggio “La Ceres non si tocca”.

 

 

 

 

 

 

Articolo tratto dalla lezione di Chiara Colombo “La pianificazione di una campagna di Social Media Marketing”.

Digitalizzazione: before and after

di Alice Riccardi

Alzi la mano chi si ricorda com’era la vita prima della digitalizzazione del segnale televisivo…

Il mondo era relativamente semplice: c’erano 7 canali generalisti e alcuni locali; esistevano pochi device tra cui quello “scatolotto” di fianco o sotto la TV, di cui, i ragazzini d’oggi, neanche sanno il nome: l’obsoleto videoregistratore. Il segnale televisivo era analogico, il device aveva una sola piattaforma di delivering e trasmetteva tramite onde radio.

Dal 2004 arriva Sky che lentamente porta con sé la digitalizzazione del segnale. In Italia si decide di usare la piattaforma del digitale terrestre: questa vera e propria epopea è però passata abbastanza inosservata.

L’Italia è passata dall’analogico al digitale tra il 2008 e il 2012: la sfida era quella di modificare il segnale senza intaccare gli ascolti. La prima sperimentazione del 2008 ha avuto inizio in Sardegna e Valle d’Aosta – regioni non casuali: la prima è abbastanza isolata, la seconda è particolarmente piccola. Dal 2009, quando la crisi economica iniziava a farsi sentire e anche gli investimenti pubblicitari iniziavano a diminuire, anche le regioni più grandi passavano via via al digitale: il processo si è concluso nel 2012.

Raffaele Pastore, Sociologo e Direttore Studi e Ricerche di UPA, ha sottolineato come, in tempi di crisi, la televisione sia un mezzo appetibile ed abbia un audience superiore: questo mass media è infatti una tipologia di intrattenimento a costo zero. Un altro elemento che influenza gli ascolti televisivi è la componente meteorologica.

Dopo l’avvento del digitale c’è stata una erosione negli ascolti dei canali tradizionali a favore di quelli nati con la digitalizzazione: il calo negli ascolti si può generalizzare a tutte le fasce d’età dai 4 ai 64 anni circa, ma questo non significa che i canali nuovi siano migliori di quelli vecchi, semplicemente l’attenzione si sposta e si divide tra più canali. Bisogna inoltre sottolineare come in pochi anni il numero delle scelte (canali) possibili sia aumentato esponenzialmente passando dai soli 83 canali a disposizione nel 2007, ai 203 del 2013.

Nel 2004 i canali che avevano ascoltatori sopra il milione erano il 57%, nel 2013 solo l’1%: questo significa che stiamo vivendo una frammentazione degli ascolti che corrisponde a una frammentazione dell’offerta (più canali disponibili) e quindi alla digitalizzazione.

Le possibili risposte alla frammentazione sono:
– fare una aggregazione temporale, ovvero dare il dato mensile e non giornaliero.
– Return on path data, grazie al decoder si può vedere esattamente il comportamento dell’audience.
– Allargare il panel, procedimento molto costoso per cui si studiano più famiglie Auditel

Era dunque meglio il mondo ridotto e semplificato di prima o quello complesso, frammentato e diversificato di oggi?

Ai posteri l’ardua sentenza…

Family, Friends, Fools & Formabilio

di Francesca Laurenti

Logo FormabilioFormabilio, startup italiana che decolla all’inizio del 2013, nasce dalla creatività e dall’ambizione dei fondatori Andrea Carbone e Maria Grazia Andali che hanno saputo rischiare chiamando a raccolta il principio delle 3F. Family, Friends & Fools hanno inizialmente supportato il progetto e fornito ispirazione e capitale all’impresa.

Formabilio è una piattaforma online che collega giovani designer, architetti e arredatori d’interni al settore dell’artigianato Made in Italy attraverso dei concorsi proposti periodicamente su Formabilio.com, votati direttamente dalla community.

Formabilio rappresenta il desiderio di crescita, innovazione ed esplorazione di nuove possibilità di mercato, interpretando alla perfezione lo spirito che ha portato alla stesura del progetto a sostegno delle startup Restart, Italia (riportato anche nell’articolo Eldorado Startup, è tutto oro quello che luccica) presentato il 13 settembre 2012 dall’allora Ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera nella sede dell’incubatore veneto H-Farm.
Formabilio unisce più piccioni con una fava perché lavorando su un territorio (il Trevigiano) ricco di aziende manifatturiere riesce a garantire non solo l’effettiva realizzazione dei progetti dei giovani designer (che faticano ad emergere) attraverso la pubblicazione di contest ma assicura anche prodotti a filiera corta, sostenibili e riciclabili.
Le aziende scelte per la realizzazione dei progetti sono imprese che (citando l’articolo Dalla CSR alla CRV) «con la loro produzione generano anche valore sociale». Le aziende che producono il design Formabilio si raccontano attraverso efficaci video di storytelling che, (come ho già descritto in Business call to action), sono un valido strumento per comunicare la propria cultura d’impresa.

Find ideaLa community online vota e dà feedback sui progetti presentati per ogni contest, concorrendo alla selezione di 5 progetti che vengono messi in prevendita sul sito e successivamente realizzati in base all’effettiva richiesta.

Gli utenti della community propongono idee per contest futuri in un’ottica di crowdsourcing che veicola i progetti in concorso verso esigenze pratiche e reali delle persone.
Formabilio inoltre ha trovato il modo di incentivare il traffico online mediante referrals: all’utente della community che ha votato il progetto vincente infatti viene dato un buono sconto per l’acquisto dello stesso prodotto.

L’idea di dare spazio alla community si iscrive in un ampio progetto che mira all’espansione del Made in Italy in tutto il mondo, con il contributo di tutti.

I designer ricevono una proposta di valore senza precedenti perché la percentuale che gli spetta in caso di selezione del proprio progetto è pari al 7% sulla vendita dei prodotti su Formabilio.com.

Con la presentazione di questa startup, Andrea Genovese ha ripercorso le tappe principali delle lezioni del Corso, non ultima quella relativa ai tagli dei costi di retail trattata approfonditamente da Carlo Alberto Carnevale-Maffè.

Formabilio incarna un’ideale di impresa audace che genera sviluppo soddisfando bisogni emergenti.
Se è vero che la fortuna aiuta gli audaci è anche vero che vola solo chi osa farlo.

Eldorado StartUp, è tutto oro quello che luccica?

di Claudio Marino

Oggi, nell’ideale di molti aspiranti startuppers, creare una Startup di successo ha lo stesso significato che aveva nel lontano ‘800, per i pionieri della frontiera americana, la conquista del Far Wild Old West: un mondo utopico, tutto da scoprire, da costruire, dove la legge non è ancora arrivata e si può essere liberi di autodeterminarsi e fare fortuna.

Ma per un William Frederick Cody alias Buffalo Bill che ce la fa a creare un business mondiale di successo (il Buffalo Bill Wild West Show), ce ne sono altri centinaia di migliaia che si sono persi lungo la strada del sogno americano, con una grande visione in testa ma vittime di un ambiente ostile, dove il successo è frutto di duro lavoro e le sole idee non bastano.

Keep Calm Startup

Con l’aiuto di quanto spiegato a lezione da Andrea Genovese (qui potete trovare una dettagliata biografia), Co-fondatore – solo ultima in ordine cronologico – di Roma Startup, proviamo a parafrasare l’incipit dell’articolo, degno di un film di Sergio Leone, inserendolo in un modello di business nell’economia digitale.
Qual è l’obiettivo principale di una Startup? La risposta corretta è: quello di una qualsiasi azienda del globo terracqueo, ovvero vendere, costruire sostenibilità economica e fare profitti. Bisogna creare valore, distribuirlo e trattenerne una parte per crescere ulteriormente. Altrimenti? Si fallisce (leggere il blog startupover per credere!).

Ma questo potrebbe non essere un problema, bensì un’opportunità, perché molto spesso il fallimento è solo l’inizio di una nuova avventura, chiedere a Travis Kalanick, the UBER man, arrivato al successo con la Startup di noleggio con conducente (dopo due precedenti fallimenti) che, dopo aver sfondato negli States, ora è arrivata anche in Italia.

Uber

Grazie anche a programmi istituzional/ministeriali come Restart Italia!, che riconosce alle startup innovative un ruolo fondamentale di innovazione e sviluppo trasversale a tutta l’economia reale, si sta cercando di promuovere l’agenda digitale del nostro paese prevedendo facilitazioni nel processo burocratico di creazione delle startup e incentivi fiscali per chi investe in queste nuove imprese.

Osservatorio StartUp Polimi

Tutto questo stimolerà il processo di proliferazione del mondo delle startup, come già sta avvenendo alla media di 5 al giorno (sono 1792, al 17 marzo 2014, le startup innovative registrate alle Camere di Commercio d’Italia in un anno), creando ambienti (incubatori, acceleratori, spazi di coworking) utili all’inseminazione e alla radicazione delle idee, alla ricerca di finanziatori e venture capitalist.

Questo sicuramente porterà alla crescita della qualità dei progetti imprenditoriali, aumentando in maniera esponenziale i casi di successo (oggi meno del 2% delle startup create sono prossime ad una fase di “exit”, in grado, cioè, di permettere agli investitori che hanno supportato la crescita di smobilizzare il proprio investimento), ma anche alla proliferazione di startuppers senza arte né parte, che faranno la fine della stragrande maggioranza dei pionieri del Far West, che perivano cercando la felicità. Perché, per dirla alla Gianni Morandi, uno su mille ce la fa; e per un Mark Zuckerberg che riesce, ci sono tanti Pinco Pallino che falliscono.

 

 

All show and no g…row?!

di Francesca Laurenti

È possibile assicurare all’umanità un’alimentazione buona, sana, sufficiente e sostenibile?

Questo è il quesito con cui si aprirà lEsposizione Universale di Milano del 2015 ed è stato anche il fulcro del seminario “Sviluppo sostenibile e comunicazione nella filiera dell’industria agroalimentare” promosso da UPA.
Il seminario, tenutosi venerdì 11 aprile nella suggestiva cornice di Eataly Smeraldo ha sollevato numerosi interrogativi. Quanto sono impegnate le aziende italiane nella sostenibilità? Quale obiettivo le muove? Come lo comunicano?

greenwashing (1)

Se l’Ambiente in cui ci muoviamo fosse realmente il primo azionista di tutte le aziende, non si correrebbe il rischio di intraprendere approcci falsamente sostenibili.

Come ha evidenziato il Presidente di UPA Sassoli De Bianchi molte aziende spacciano per sostenibili scelte che lo sono solo parzialmente; altre si pongono come esperte in materia di sostenibilità e suggeriscono una credibilità che in realtà non hanno; altre ancora invece promettono progetti sostenibili che non riescono a concretizzare.

Correlare le azioni di sostenibilità all’andamento delle vendite è la strada meno indicata (ma più intrapresa) per concretizzare le opportunità di miglioramento offerte da un serio percorso di sviluppo sostenibile.

Il padrone di casa Oscar Farinetti ha illustrato gli “obiettivi poetico-sostenibili” dei suoi Eataly ponendo l’accento sull’attento trattamento dei dipendenti, sul recupero del mattone (tutti gli Eataly sorgono in strutture in disuso) e sui guadagni equi per tutti gli attori della filiera agroalimentare. Secondo Farinetti la coscienza civica che manca a gran parte delle aziende italiane la si ottiene solo dando il buon esempio.

Altre azioni tangibili di alcune imprese italiane sono state riportate da Alessandra Bianco, responsabile delle P.R. di Lavazza, che ha presentato la Fondazione Lavazza in cui sono confluite le scelte etiche del gruppo;  da Luca Virginio, responsabile della comunicazione di Barilla che ha illustrato l’ambizioso Protocollo di Milano che verrà lanciato in occasione di Expo 2015 con l’obiettivo di rendere il sistema alimentare globale realmente sostenibile; e da Andrea Panzani, A.D. di Valsoia che ha riassunto i percorsi di sostenibilità intrapresi da tempo dall’azienda.

Concretizzare un’idea è di per sé difficile e la complessità del dibattito sulla Sostenibilità non fa altro che decelerare la messa a punto di una strategia efficace per raggiungere obiettivi reali e migliorare la qualità della vita.

Dal momento che tutti noi sogniamo un mondo in cui vi sia prosperità senza disparità e dove vi sia una migliore qualità della vita, urge iniziare ad agire (individualmente, collettivamente e aziendalmente) altrimenti difficilmente usciremo dal mero dibattito.

 

 

 

 

 

Be what you eat.

di Marianna Bruzzese

“Il tema del rispetto deve passare dal senso del dovere a quello del piacere”
Oscar Farinetti, fondatore di Eataly

Una corsa in metro, qualcosa da mangiare al volo e una location perfetta per il tema. Il Corso di Alta Formazione Upa si è trasferito per un giorno, lo scorso 11 aprile, da Eataly Smeraldo a Milano.

Un incontro interessante e stimolante, sia per le personalità intervenute al Seminario, sia per i diversi punti di vista emersi.

Prima di tutto il tema: quello dello sviluppo sostenibile e del ruolo che le aziende, in particolare quelle del settore agroalimentare, hanno nel diffondere questa cultura. Ma anche un’analisi critica, volta a capire le dinamiche che ancora oggi non permettono l’affermazione di questa filosofia nel vivere comune.

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Come accennato dal Prof. Bruni, molte imprese sono da tempo in prima linea su questo tema, investendo in tecnologie per migliorare l’efficienza energetica, in programmi per i propri dipendenti, in un packaging più attento all’ambiente.

 

 

 

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Approccio alla sostenibilità di Samsung

Siamo sicuri che i consumatori, ossia noi tutti, siano pronti a questo cambiamento? Ad oggi sembrerebbe di no.

Secondo il Prof. Colombo, il tema della sostenibilità, per avere successo, non può che essere un tema orizzontale, senza imposizioni dall’alto verso il basso: è quindi importante la compartecipazione tra aziende e consumatori, senza trascurare il ruolo dei media e della comunicazione.


Alcune aziende, come la Danone, hanno iniziato a fare dello sviluppo sostenibile uno dei temi delle proprie campagne di comunicazione.
Non è inoltre da sottovalutare il fatto che sia difficile riuscire a muoversi nella giungla di informazioni che ci circonda per trovare quelle corrette, verificate e verificabili.
Molte sono infatti le incomprensioni: ad esempio, si parla di sviluppo sostenibile e lo si confonde con il “bio”.
Quanti di noi sanno che “bio” non per forza significa sostenibile?
La denominazione data ai cibi biologici riguarda solo il processo di produzione, ma poi? Quanto sono sostenibili, in termini ambientali, le emissioni di CO2 che permettono di avere sulla nostra tavola, ad esempio, prodotti a base di farina di Kamut?

Solo il 30% della produzione di questi alimenti avviene nei paesi in cui vengono consumati (America del Nord ed Europa), il resto viene fatto viaggiare da un continente all’altro per saziare gli appetiti dei consumatori attenti (fonte The World of Organic Agriculture 2013).

Il tema dello sviluppo sostenibile s’imporrà sempre di più.
Dall’attuazione di comportamenti eco-compatibili dipende il nostro futuro, esserne consapevoli è il primo passo verso il cambiamento.
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Dalla CRS alla CRV

di Davide Tran Minh

Tra le varie voci susseguitesi in queste prime settimane del corso di comunicazione aziendale nella sede di Upa, quella di James Osbourne aveva sicuramente un suono diverso, e non tanto per il marcato tratto anglosassone del suo italiano quanto piuttosto per le parole pronunciate durante la mattina di lavoro.

In particolare una mi ha continuato a risuonare nella mente anche nei giorni successivi: creazione di valore condiviso; una lampadina si è accesa nella mente. E passando vorticosamente attraverso noti cliché della nostra immaginazione collettiva legate al pacifismo e alla solidarietà, ho realizzato che probabilmente si tratta invece di un’idea rivoluzionaria, le cui potenzialità sono ancora tutte da scoprire e attuare.immagine 1_articolo blog Tran Minh

Valore condiviso, è un concetto elaborato da Michael Porter (co-founder of FSG and Harvard Business School professor) e Mark Kramer (co-founder of FSG) in un articolo pubblicato sul numero di gennaio-febbraio 2011 della Harvard Businness Review intitolato appunto Creating Shared Value (leggibile parzialmente e scaricabile previa registrazione da: http://hbr.org/2011/01/the-big-idea-creating-shared-value/ar/1).

Porter e Kramer invitano i lettori a ripensare il rapporto società-impresa, nel segno di un nuovo sistema imprenditoriale ed economico, in cui le imprese non sono più considerate entità neutre, al di fuori della società, aventi come unico valore quello economico della massimizzazione dei profitti a medio-breve termine. La rivoluzionarietà della filosofia del valore condiviso consiste nel pensare le imprese primariamente come entità generatrici di valore per la società stessa, in cui il valore economico è proporzionale al valore sociale.

Porter e Kramer ci invitano dunque a superare la concezione della responsabilità aziendale legata al mondo neoliberale impostata sui concetti di restituzione/debito, secondo cui l’azienda ha l’obbligo morale di restituire qualcosa alla società per ripagare il debito contratto nei suoi confronti in quanto attività sfruttatrice.

Tra CSV e CSR (Corporate Social Responsability) c’è dunque una differenza sostanziale: CSR è un tentativo di rimediare/porre un freno alla brutalità del capitalismo, mentre CSV è un altro modo di pensare il capitalismo.

immagine 2_Articolo blog Tran Minh

Dobbiamo però credere che CSV significhi solamente sviluppo etico? E’ un altro mito perbenista? A ben vedere dobbiamo essere cauti nel pensare che la CSV salverà il mondo dalla follia capitalistica, dobbiamo sempre ricordarci che la CSV non si fonda su valori etici assoluti, ma fa parte di un sistema di accordo e compromesso tra società e impresa al fine di una massimizzazione del valore sociale ed economico. E’ un problema vecchio almeno quanto la civiltà occidentale, dacché Platone (valori assoluti) si scagliò contro i sofisti (valori relativi). Se sui massimi sistemi non si è mai trovata ancora una soluzione definitiva, e si andrà forse avanti a dibattere finché la nostra società avrà memoria, varrà comunque sempre la domanda che Platone fece nella Repubblica: Chi sorveglia i controllori?