Archivio mensile:giugno 2014

L’insostenibile leggerezza del mobile

di Letizia Di Battista

Cosa fareste se saliti in macchina o sull’autobus per andare a lavoro vi accorgeste di aver scordato lo smartphone a casa?

Dobbiamo ammettere che il “telefono intelligente” è diventato un elemento indispensabile nella nostra vita quotidiana. Da una ricerca effettuata su possessori di smartphone in Italia emerge che il 69% non esce di casa senza e che addirittura il 31% preferisce rinunciare alla televisione piuttosto che al suo dispositivo mobile.

 

Dopo questa premessa e considerando che il 47% degli utenti effettua almeno una ricerca al giorno da mobile risulta alquanto sconvolgente che solo il 20% dei siti aziendali siano mobile friendly e quindi facilmente navigabili dal telefono.

 

Ad aggravare questa mancanza contribuisce il dato che il 90% degli utenti smartphone effettua ricerche su informazioni locali e che tali utenti sono molto più propensi ad intraprendere un’azione: il 55% entra in contatto con l’attività commerciale, il 61% la visita direttamente, il 22% ne parla ad altri e il 32% effettua un acquisto.

Potrei andare avanti ore con dati e percentuali, ma non faremmo altro che confermare che il mobile rappresenta uno strumento potentissimo, ancora troppo poco sfruttato dai reparti marketing e comunicazione delle aziende italiane.

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La sua forza sta nel fatto che è sempre presente e che riesce ad invadere molti aspetti della vita quotidiana. Viene usato insieme ad altri dispositivi, guardando la tv, davanti al computer o addirittura mentre si legge un libro, in negozio, a casa, in macchina, in ufficio, in vacanza.

Un aspetto a mio avviso fondamentale è che la maggior parte dei clienti non percepisce più il confine tra online e offline ma passa da un mezzo all’altro senza soluzione di continuità. Di conseguenza il marketing tradizionale e quello digitale non devono più essere concepiti come due business separati, ma integrarsi per migliorare l’esperienza del cliente a 360°.

L’azienda deve essere in grado di sfruttare tutti i punti di contatto con i clienti (brand touchpoint). Una volta individuati i canali in cui sono attivi gli utenti e le modalità di utilizzo il brand deve offrire i contenuti utili in quel particolare momento usando il linguaggio appropriato al mezzo ed evitando informazioni superflue.

Il processo di acquisto lineare tradizionale è stato sconvolto da un processo dinamico, in cui il cliente riceve informazioni da diverse fonti ed è in grado di rivedere le proprie decisioni e valutare alternative in qualsiasi momento.

Anche la valutazione dei risultati deve essere più ampia, evitando di concentrarsi solo sulle conversioni dirette, cioè sulle vendite online da mobile, e considerando anche il traffico nei negozi, la conversione e la fedeltà dei clienti che sono stati influenzati dal dispositivo.

Una recente ricerca di Deloitte ci racconta che negli Stati Uniti il mobile influenza il 19% delle vendite in negozio.
Il 2014 è considerato l’anno in cui la navigazione da smartphone supererà quella da computer.
Non fatevi trovare impreparati e cominciate a pianificare una strategia di comunicazione che integri tutti i dispositivi!

Articolo tratto dalla lezione “Logiche e sviluppo del mobile marketing” di Leonardo Bellini.

 

 

Mobile opportunità o possibile boomerang ?

di Miriam Palazzini

I dati ci mostrano risultati in crescita per tutto quello che riguarda il mondo del mobile. Non solo la diffusione degli smart phone è estremamente alta, ma anche i dati riguardati l’utilizzo di app e navigazione online da mobile, crescono esponenzialmente. Qui di seguito un grafico sulla penetrazione degli smartphone in Italia nel 2013. ourmobileplanet.com_chart_1d923298   Gli utilizzatori di mobile si possono dividere in macro gruppi con caratteristiche ben distinte. Gli inactives: quelle persone che non possiedono uno smartphone (14% in Europa). I Talkers: sono coloro che usano il mobile solamente per le sue funzioni vocali (14%in Europa). I communicators: sono coloro che utilizzano le funzioni di comunicazione base (telefonate, messagi, mail,ecc) (40% in Europa). Gli Entertainers rappresentano invece quel gruppo di persone che giocano a games da mobile, ascoltano la musica, usano il cellulare per guardare video o tv (27% in Europa). Infine i SuperConnected che grazie al proprio mobile visitano social network, navigano online, usano applicazioni e qualsiasi altro tipo di servizio (16% in Europa). Screen-Shot-2013-02-11-at-2.03.32-PM-1024x490 Come accoglie il mercato questo crescente bisogno ??? Molte aziende sebbene il fenomeno mobile sia già dilagante non sono preparate e non considerano assolutamente i possibili ”acquirenti mobile”, basti pensare che il tasso di rimbalzo sui siti durante la navigazione mobile è dell’ 80% , un dato estremamente significativo. Il tasso è così alto perché gran parte dei siti non sono ottimizzati, e quindi non prevedono una possibile navigazione da parte di un utente mobile. Quali sono gli step fondamentali per un’azienda che vuole attuare una strategia di mobile marketing? Il sito aziendale deve essere responsive o creato ad hoc (dunque navigabile da smartphone e tablet), è necessario fornire agl’utenti buone esperienze di navigazione anche in mobilità, per alcuni tipi di servizi è meglio pensare a siti dedicati, semplificati, dove è possibile reperire facilmente le notizie. Per esempio il sito mobile di un ristorante dovrebbe fornire immediatamente informazioni fondamentali quali: orari di apertura, giorno di chiusura, indirizzo e numero di telefono. Infatti le ricerche da mobile sono molto più mirate, rispetto a quelle da pc fisso, rispecchiano bisogni istantanei (es. ho bisogno di un taxi, dove compro questo?, come arrivo lì?) il vostro sito mobile deve prevedere una navigazione snella e veloce per accontentare gl’utenti mobile. Dal momento che il motore di ricerca (es. Google) propone schermate diverse ad un utente che naviga da mobile e uno che naviga da pc fisso, è importante valutare la parte di Seo applicata al mondo del mobile, infatti buoni posizionamenti nelle prime pagine sono ancora più utili per una navigazione “quick” come quella da smartphone. I dati ci dimostrano che sempre più utenti si appoggiano alla navigazione online per confrontare prezzi, informarsi prima degl’acquisti, leggere commenti e recensioni su ristoranti, è quindi necessario fornire loro un’eccellente mobile experience.

Queste operazioni sono fondamentali per approcciarsi in maniera corretta al mondo del mobile.

Articolo tratto dalla lezione Logiche e sviluppo del Mobile Media Marketing di Leonardo Bellini.

Make lovebrands, not warbrands

di Alice Tranquilli

Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù. […] È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un’altra prospettiva.’ (cit. tratta da ‘L’attimo fuggente’, regia di Peter Weir).

Ci sono incontri che cambiano la prospettiva nel vedere le cose, proprio come è capitato agli studenti del professor Keating nel film ‘L’Attimo Fuggente’ e come è successo anche a noi, studenti UPA, durante la lezione con Paolo Iabichino, chief creative officer del gruppo Ogilvy & Mather Italia.

La lezione di Iabichino è da subito una di quelle che ti lascia indeciso tra il seguire ciò che viene raccontato o tentare di appuntare il più possibile, per non perdersi nulla. Paolo esordisce esortandoci a lasciare da parte tutto quello che sappiamo, a dimenticarci delle nostre lauree, a ‘uccidere’ Kotler e le sue teorie. Questo perché uscire dagli schemi serve a pensare in modo nuovo e ad affrontare il panorama mutato del lavoro del creativo. Secondo Iabichino siamo ad un nuovo punto 0, di fronte a una rivoluzione che non è tanto mediale ma culturale, in quanto il creativo si trova a comunicare i suoi contenuti non attraverso media diversi ma a interlocutori cambiati a livello culturale. È per questo che ci viene chiesto di dimenticare Kotler, ovvero di demolire tutte le impalcature che portano a creare campagne di comunicazione basate su criteri stabiliti quando le regole del marketing e la cultura del consumatore erano diversi. Ai tempi in cui il marketing è stato inventato, infatti, le strategie potevano fare la differenza nel panorama di prodotti comunicati sul mercato, soprattutto se aggressive e fortemente orientate alla vendita. Iabichino, citando il libro Lovemarks: the Future Beyond Brands di Kevin Roberts (CEO di Saatchi&Saatchi), ci invita proprio ad allontanarci da questo approccio, definito di guerrilla marketing per avvicinarci ad una comunicazione più amorevole e rispettosa del consumatore. Il primo passo per un comunicatore è modificare il proprio vocabolario; mentre da un lato i termini più utilizzati nel marketing – campagna, target, strategia, missione – sono tipici dello scenario di guerra, dall’altro lato esistono termini – pubblico, azione di coinvolgimento, interlocutore – che il bravo creativo dovrebbe utilizzare nell’ottica di una nuova visione dell’ audience a cui si rivolge. Entrando nel merito del tema trattato da Lovemarks, Paolo racconta del rapporto mutato tra user e marca e dello spostamento radicale di prospettiva nella gestione e fruizione dei brand.

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In passato esistevano le trademarks, amministrate in toto dall’azienda tentando di sfruttarne le potenzialità emotive. Oggi si parla piuttosto di lovemarks, di brand che oramai si sono sottratti al controllo delle aziende passando sotto il possesso delle persone che amano sentirle proprie proprio perché quei brand li hanno ‘colpiti allo stomaco’.

Per un giorno, grazie a Paolo, anche noi siamo saliti sul banco e guardato le brand da un’altra prospettiva.

 

Chi più spende, meno spende: il paradosso di AdWords

di Stefania Penzo

Chi più spende, meno spende: il paradosso di AdWords

A. Il web marketing costa meno.
B. Il web marketing garantisce un ROI maggiore rispetto al mktg tradizionale.
C. Nel web marketing la qualità non conta.
Parliamo di online advertising. Parliamo di AdWords, e solo una di queste tre affermazioni è vera. Indovinato? Sì, è la seconda.

Dopo un’intensa lezione con Andrea Testa, preziosa introduzione ai segreti di AdWords e dei tool che BigG offre alle aziende, voglio provare a dimostrarvi perché le altre due frasi non possono essere vere. Lo farò con un paradosso, il paradosso di AdWords.

Partiamo con ordine, e con poche, salvifiche certezze: l’obiettivo primario di Google, nelle sue declinazioni organiche e sponsorizzate è offrire agli utenti una user experience di qualità; per questo esiste un punteggio, il Quality Score, che stima il livello di pertinenza di annunci, parole chiave e pagina di destinazione per un utente che visualizza l’annuncio, e determina il posizionamento di un annuncio nelle SERP (Search Engine Results Page); elemento determinante per un elevato QS è il CTR.

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Entriamo nel vivo. Attivato l’annuncio dalla corrispondenza vincente, ed erogata quindi l’impression, si apre un’altra questione: quella del rapporto tra CPC MAX (effettivo CPC speso dall’inserzionista per la chiave) e costo di accesso reale per cliente.
Tutti siamo stati utenti e dopo aver cercato, ad esempio, “sneaker X”, benché soddisfatti abbiamo perseverato nella ricerca comparando il prodotto/servizio con ‘n’ fantomatiche “sneaker Y, Z…”, per poi magari ritornare al primo risultato. Tradotto in euro, per l’inserzionista il nostro comportamento determina un apparente abbassamento del CPC speso per la chiave, ma in realtà duplica o addirittura triplica il costo cliente potenziale medio.

“Il costo di accesso di un cliente non si misura più quindi sull’effettivo CPC speso per la chiave, ma sul fatto che l’utente tornerà più volte” (cit A. Testa). 

Che fare? Urge abbassare i costi. Come? Risparmiando!  Questa é la risposta tipo del gattopardo digitale (che in fondo non ha mai aperto veramente la Google Tool Box…).

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Ma qui non si parla di tagli al bgt, perché la partita si gioca sulla qualità. Per spendere meno, l’inserzionista deve investire.

Al netto di valutazioni sulla creatività dell’annuncio, “se il giudice è il CTR devo garantirmi più clic e meno impression. Se il CTR è in gran parte figlio della posizione, devo garantirmela più alta” (cit. A. Testa).

L’inserzionista deve spendere di più (ecco sfatato il primo punto!) per il CPC MAX, che porterà ad un aumento conseguente della posizione, migliorando la performance dell’annuncio in termini di clic e di CTR. Si agisce così positivamente sul punteggio di qualità, che si riverbera con un abbassamento dei costi e un maggior ROI (terzo punto). Qui, ve ne sarete accorti, sta il paradosso.
L’happy end di questo processo si esprime in un quadro wi-win-win, in cui l’utente trova risposte pertinenti e rilevanti, l’inserzionista entra in contatto con nuovi clienti…E AdWords? AdWords ringrazia 😉

Per il suo 10° anniversario AdWords ha ringraziato gli inserzionisti con un video personalizzato che ha inviato ad ognuno di loro. Questo il video base:

Vuoi aprire una startup? Usa Google AdWords

di Giovanni Zaupa

Diciamo la verità. Il mondo si divide in tre tipi di persone: chi adora Google, chi è indifferente e chi lo paragona al Grande Fratello di orwelliana memoria. Spesso le ultime due tipologie non riescono a percepire le reali potenzialità di questo mezzo. Ma cos’è esattamente Google? Un motore di ricerca? Non solo. Una realtà trasversale che riunisce online ed offline? Anche. Produttrice di hardware e software? Senza dubbio. Ma prima di tutto, Google è diventata, con l’arrivo di Google Adwords, una concessionaria di spazi pubblicitari. Ma è corretto ridurre una delle più grandi invenzioni degli ultimi anni ad una semplice “fonte di profitto”?  Si possono utilizzare le tecniche di Search Engine Marketing, di cui Adwords è il primo strumento di riferimento, anche per altri scopi?

Ecco 5 usi non convenzionali  che cambieranno il modo in cui guardate a questo tool:

1. Sostituire Adwords al SEO
Considerando i continui aggiornamenti di algoritmo da parte di Big G e le conseguenti difficoltà nel mantenere una posizione nel ranking, possiamo ipotizzare che per alcune parole chiave o alcune query specifiche una campagna Adwords riesca a  garantire un rapporto qualità/prezzo migliore rispetto ad eventuali tecniche di Search Engine Optimization.
Per valutare una possibilità di questo tipo sarà sufficiente accedere a Google Trends ed analizzare il volume di impressioni generate dalle parole chiave selezionate: più importante sarà questo dato, più conveniente sarà investire in Adwords.

2. Testare una business idea
Le startup stanno rivoluzionando l’economia. Ma come si può valutare la bontà di un’ idea senza essere troppo avventati? Difficilmente degli startupper in erba potranno permettersi ricerche di mercato approfondite ed enormemente costose. La soluzione ce la offre Adwords: una campagna impostata con un investimento di pochi euro (quando si inizia è possibile usufruire di coupon gratuiti) appoggiata ad una semplice landing page, può consentire di dipanare alcuni dubbi. In questo caso l’investimento più importante sarà il vostro tempo, ma si tratterà ad ogni modo di poche ore. Analizzando i dati di Analytics in combinazione con quelli di Adwords si possono ottenere informazioni importanti sui volumi di ricerca e sulle possibili conversioni ottenibili. Per un approfondimento cliccate qui.  Siete pronti a diventare milionari?

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3. Testare un messaggio pubblicitario
Impostare una campagna su Google Adwords richiede una quantità di tempo infinitamente inferiore rispetto a quelle realizzate sui media tradizionali (stampa, tv o radio). Qualsiasi azienda, prima di realizzare una campagna, potrebbe provare a testare il proprio messaggio su Adwords e monitorare il CTR dei messaggi che convertono meglio. Questa opportunità, congiuntamente al basso investimento richiesto, conferma Adwords come un ambiente di test ottimale.

Chi dorme…non è certo Google

di Giovanni Zaupa

Negli ultimi anni internet è entrato prepotentemente nelle nostre vite, modificando le abitudini di tutti.

L’azienda simbolo di questo cambiamento è Google, che si è prefissa uno scopo ambizioso ed affascinante: organizzare tutto il sapere umano.

Nessun manager sano di mente si porrebbe un simile obiettivo, ma Page e  Brin non sono persone comuni. Da studenti elaborarono un algoritmo talmente efficace da proiettare la loro “startup” al primo posto tra i motori di ricerca, con buona pace dei vari Yahoo! ed Altavista. Da allora il mondo non è più lo stesso.

Nonostante il successo in termini di penetrazione (80% delle ricerche mondiali) e di fatturato (57,86 miliardi $ nel 2013), Big G ha continuato ad innovare.

Il 97% dei ricavi proviene dalla pubblicità, ma le aree di investimento sono distanti dal core business: alcuni esempi sono energie rinnovabili, domotica, trasporto. Per una panoramica completa ( e sbalorditiva) consultate Google Ventures

Eppure l’algoritmo viene aggiornato costantemente, richiedendo tempo e risorse. A questo punto una domanda sorge spontanea: perché?

Il costante sviluppo tecnologico di cui siamo testimoni ci aiuta a rispondere:

  1. Solo garantendo contenuti in grado di soddisfare le ricerche degli utenti, Google sarà capace di mantenere la leadership. Aggiornare il proprio algoritmo comporta che chi cerchi  un miglior posizionamento all’interno delle pagine (il 90 % delle ricerche termina alla prima pagina!) con tecniche di Search Engine Optimization (SEO) debba sempre rispettare le regole di Mountain View, evitando pratiche scorrette – denominate “black hat”.
  2. La fruizione di internet sta cambiando. Da timidi ed impacciati siamo passati ad esserne dipendenti, tanto da “pretendere” servizi sempre migliori. In passato le query erano fatte per keywords, ora formuliamo vere e proprie domande. E ci aspettiamo risposte precise. Con l’evoluzione della tecnologia vocale e mobile questo fenomeno è destinato ad evolvere ulteriormente. 
  3. Niente dura per sempre. Google è parte di un ecosistema capace di rimpiazzare il motore di ricerca californiano in brevissimo tempo.  Pensiamo ai progressi che Apple sta introducendo con Siri, agli utenti che si rivolgono direttamente ad Amazon quando cercano un prodotto, a come Facebook e Twitter forniscano informazioni in modo semplice e diretto, a come Samsung stia lanciando un proprio sistema operativo e propri “canali” pubblicitari. Google ha tutto l’interesse a mantenere il proprio servizio rapido, efficiente, preciso, dando ai propri utenti quello che cercano quando ne hanno bisogno. O anche prima.

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SEO & SEM, rivali o alleati?

di Miriam Palazzini

Che cosa intendiamo, quando parliamo di SEM e SEO, due termini sempre più in voga in questo periodo.


Untitled Document - New Page-3Per capire meglio i due ambiti di influenza di queste due professioni dobbiamo pensare alla schermata che otteniamo dopo aver effettuato una ricerca con Google ,una Serp per l’appunto.
Lo scenario che ci troviamo è più o meno questo: la schermata si divide in tre parti ben distinte in alto e di lato sulla destra troviamo quelli che sono i risultati a pagamento/sponsorizzati (riconoscibili grazie anche ad una differente colorazione), mentre al centro della pagina troviamo i risultati organici.

Essere posizionato sia tra i risultati organici, che presente tra gli annunci Adwords, aumenta del 20% le possibilità di visita da parte degli utenti. In linea teorica tutto quello che riguarda il posizionamento organico è area di competenza del SEO, dunque tutto quello che porta ad un’indicizzazione naturale da parte del motore di ricerca, mentre quelli che sono i risultati a pagamenti interessano il SEM, dunque tutta la parte di advertising dedicata agli utenti online. Analizzando attentamente il motore di ricerca (Google) e le modalità di navigazione degli utenti capiremo che le due professioni si completano, ed hanno bisogno una dell’altra per ottenere buoni risultati.

Che cos’è Google Adwords? Si tratta in tutto e per tutto di un’asta, i compratori comprano parole chiave da legare ai loro annunci, Google vende la possibilità di comparire nella parte dedicata ai link sponsorizzati, quando un utente compone una Query ( ricerca) in linea con la nostra parola chiave. Questo sistema è identificabile come un Win, WIn, Win!
Infatti i compratori hanno la possibilità di mostrare i loro annunci ad un pubblico non solamente estremamente targettizzato, ma anche potenzialmente interessato a quello specifico prodotto, cosa impensabile con il sistema tradizionale di pubblicità. L’utente che naviga online ha un motore di ricerca che gli offre sempre di più risultati in linea a quello che lui desidera, vuole, cerca ed infine Google guadagna soldi dalle aste e nel farlo offre un servizio migliore ai suoi utenti.
La metodologia con cui si costruiscono le campagna Adwords e quindi con cui viene usata la piattaforma è un processo molto tecnico e per gli interessati ecco un tutorial.


Vorrei invece andare ad analizzare quello che è il rapporto tra il lavoro di SEM e SEO, infatti può una buona campagna Adwords essere sufficiente per ottenere dei risultati, siano questi di traffico sul sito, Awareness, o vendita?
La risposta è no, infatti per quanto un’inserzione possa essere ben fatta e convinca effettivamente l’utente a cliccare per avere più informazioni, il portale che lo accoglie deve essere strutturato in modo che l’utente posso compiere le azioni per cui abbiamo creato l’annuncio.
Ad esempio, la Query dell’utente è sandali estivi, il nostro annuncio generato con AdWords lo ha invogliato a cliccare sul nostro sito, atterrato nel nostro portale deve però trovare effettivamente saldali estivi e non qualsiasi altro tipo di scarpa generica, dovrà avere possibilità di osservare con attenzione l’articolo e i processi di e-commerce dovranno essere snelli e semplici, oppure l’efficacia del nostro annuncio verrà sprecata.
L’utente è sempre più esigente coi prodotti che gli vengono offerti e con l’esigenza dei suoi utenti, cresce anche l’esigenza del motore di ricerca, che di volta in volta proporrà ai propri navigatori risultati sempre migliori, ricordandosi se il vostro sito è tra questi.
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Articolo tratto dalla lezione Principi di SEO e SEM di Andrea Testa.